ProLoco Acquapendente

Acquapendente

Abitanti: 5762 dati istat 2008
Superficie: 120,28 km²
Densità: 48,12 ab./km²
Altitudine: 420 m altezza media, sul livello del mare.
Frazioni: Torre Alfina, Trevinano
Comuni confinanti: Allerona (TR), Castel Giorgio (TR), Castel Viscardo (TR), Grotte di Castro (VT), Onano (VT), Proceno (VT), San Casciano dei Bagni (SI), San Lorenzo Nuovo (VT), Sorano (GR)

CAP: 01021
Pref. tel: 0763

Denominazione Abitanti: Aquesiani
Santo patrono: Sant’Ermete Giorno festivo: 28 agosto
 

Cenni storici:

Datare i primi insediamenti e quindi le origini della citta di Acquapendente non e cosa facile, dal momento che fino ad oggi non sono state effettuate campagne di scavo ne studi adeguati sul periodo preistorico, etrusco e romano.

II nostro territorio ricco di acque, vegetazione e grotte naturali, specie nella zona che si apre verso la valle del Paglia, senz’ altro ha ospitato l’uomo fin dagli albori della civiltà nel suo vagabondare alla ricerca di cibo e riparo.

A testimonianza di ciò so no state trovate presso Pacignano, lonce, Monte Rufeno, Salara, alcune punte di frecce e asce in pietra scheggiata di notevole importanza.

Poco sappiamo del periodo etrusco ma, allorchè nel secolo scorso si registrò un po’ ovunque una particolare attenzione per gli scavi archeologici, così scrive l’ing. Adolfo Cozza, incaricato con altri di redigere la "Carta Archeologica d’Italia (1881-1897)":
"23-24 febb. [1883] – A completare la regione , Nord fino alla delimitazione del Paglia mancava lo studio di Acquapendente… Ho trovato questa località degna di molto studio L’attuale città occupa una valle compresa fra due colli, i quali portano l’impronta esterna di località abitate da popoli etruschi e sembra che l’antica città non fosse raccolta in una sola cerchia, ma sparsa sopra queste ed altre colline adiacenti quali sono Poggio dei Cappuccini, Poggio Frenzo (?) ecc."

Nello stesso periodo varie fonti locali parlano di diversi ritrovamenti. Interessante è la descrizione  effettuata da G. Fr. Gamurrini, nel 1885, di alcuni reperti rinvenuti poco sopra al fiume Paglia dal Sigg. Piccioni di Acquapendente e conservati presso il
loro palazzo.

Tra questi oggetti, attribuibili  al II secolo a. C., erano particolarmente pregevoli un candelabro di bronzo alto 41 cm., una statuetta bronzea di un fauno giovinetto "di greco stile", uno specchio "dove si veggono disegnati un Ercole col suo indumento leonino e la clava, e Mercurio", un grande boccale, due bacili, due colatoi e diversi altri reperti importanti.

Sempre fonti locali parlano del ritrovamento presso Trevinano di 11 tavole con scritte in etrusco.

Purtroppo dei rinvenimenti ottocenteschi non possediamo più nulla e la raccolta Piccioni è dispersa.

Anche i ritrovamenti recenti sono scarsi pur essendo state localizzate diverse aree di interesse archeologico ed effettuati alcuni scavi.

Le aree più importanti sono state individuate in località Lutinano, dove, ad opera del locale Gruppo Archeologico "N. Costantini", si è effettuato lo scavo e ripulitura della "Tomba del Ciliegio" e della "Tomba della Statua" del III sec. a C. in cui sono state trovate, fra i tanti frammenti etruschi, alcune lamine d’oro. Altre aree interessanti si trovano presso S. Modesto, l’Annunziata, S. Rocco e Grollaccia in cui sono visibili resti di tombe di diversa tipologia ma di epoca imprecisata.

Ad eccezione di un "Tempio" in contrada Acquaviva, descritto nel ‘500 dal Biondi nelle "Croniche di Acquapendente" e del quale non si conosce più l’ubicazione, del periodo etrusco in Acquapendente mancano completamente resti di strutture architettoniche adibite alla difesa o destinate ad uso civile e religioso.

Considerando le scarse notizie che abbiamo e i pochi ritrovamenti, si può ipotizzare che l’insediamento d’epoca etrusca sia stato di modeste dimensioni con un’ economia legata soprattutto all’ attività agricola e pastorale, lontano dalle direttrici viarie del traffico commerciale.

La presenza romana è attestata da poche testimonianze quali alcuni cippi sepolcrali e alcuni colombari scavati nel tufo rinvenuti in località la Piantata, la Villa, la Cupellara, il Tufo.

Esistono poi molte altre Zone dove si può trovare del materiale archeologico (resti di tegoloni, ecc.) che forse potrebbe fornire informazioni ulteriori sul periodo precristiano.

Andando alla grande storia delle nazioni, dal V sec. d. C. assistiamo al disfacimento dell’Impero Romano.

Le terre della Tuscia vedono l’avvicendarsi delle invasioni dei barbari i quali saccheggeranno e distruggeranno molte città e villaggi.

L’arrivo dei goti, le continue lotte di questo popolo con i bizantini, la grande invasione longobarda in Italia, le lotte interne tra i duchi barbari e le guerre con i franchi che porteranno alla fine del dominio longobardo in Italia, copriranno con una spessa cortina d’oblio le culture precedenti, offuscando le testimonianze che per lunghi secoli gli etruschi prima e i romani poi avevano lasciato sul territorio.

Per Acquapendente in questo lungo periodo, data la mancanza di documenti, si possono soltanto fare delle ipotesi.

Solo la fine del dominio longobardo, nel secolo VIII, permetterà agli abitanti di riunirsi e il graduale sviluppo della strada che conduce alla città eterna permetterà il lento formarsi di una nuova comunità attorno ad un centro vitale costituito dalla pieve.

Sarà proprio la chiesa di Santa Vittoria, posta nella valle tra i due colli e sulla via Francigena a costituire la prima pieve del villaggio o "vico" che inizialmente non si chiamerà "Acquapendente" ma "Farisa" o "Arisa", come è attestato da documenti provenienti dall’Archivio dell’Abbazia di S. Salvatore al Monte Amiata.

Sono tre atti di donazione e vendita del maggio 853, maggio 856 e gennaio 909, redatti tutti in "Arisa": "Actum in bico Farisa ante plebe beate sancte Bitorie", "Actum ante plebe beate sanctae Bitorie xito bico Arisa", "Actum Arisa". In essi oltre ad Arisa, che secondo lo Schneider corrisponderebbe ad Acquapendente, compaiono altri toponimi, alcuni dei quali tuttora esistenti: sono nominati testimoni provenienti da "Lautinanu", è nominato il "vicus Supanus" non lontano dalla "curtis de Lautinanu", due testimoni "de Nebianum" e il "ribu Quintaluna".

Nel X secolo il vico Arisa acquista’ più importanza per il passaggio della strada e il transito sempre maggiore dei pellegrini e ospiterà nel 9641′imperatore Ottone I.

Durante questa visita, l’imperatore farà redigere dei diplomi, in uno dei quali (6 luglio 964) compare per la prima volta il nome Acquapendente "Actum ad Aquampendentem" (C. Sigonio, Historiarum de Regno Italiae, Francoforte, 1591).

Il "borgo Arisa" compare ancora in un documento di donazione di Ugo Marchese di Toscana redatto nel 993.

Questo documento purtroppo lacunoso è pervenuto in copia imitativa, riguarda la donazione all’Abbazia del S. Sepolcro di Acquapendente di terreni posti nelle sue vicinanze. In esso si trovano i toponimi "Arisa", "Nebiano", "Lotinano", "Turre".

Intense sono le vicende che visse Acquapendente nel XII secolo, trovandosi la città a fare da cuscinetto fra il Marchesato di Toscana e il Patrimonio di S. Pietro.

Con la donazione di Matilde di Canossa, di tutti i suoi beni, alla Chiesa,’ Acquapendente entra, a far parte del Patrimonio di S. Pietro e viene posta
sotto la diocesi di Orvieto.

La disputa e le rivendicazioni per i territori di Matilde avvenute alla sua morte (1115) portarono, in questo secolo caratterizzato ancora dalla lotta per le investiture e il formarsi dei comuni, a un incessante susseguirsi di contese per il dominio di Acquapendente.

Sono di questo periodo le prime lotte con la vicina Orvieto interessata a dividere con Siena sia il vasto possedimento feudale degli Aldobrandeschi che il controllo diretto della città di Acquapendente che veniva considerata compresa nel "comitatus" di Orvieto fin dal secolo XI.

Continue furono poi le guerre tra Orvieto e Acquapendente che non voleva sottostarle perché probabilmente aveva ormai raggiunto una posizione di notevole importanza.

Questa serie di lotte venne interrotta dalla discesa di Federico I Barbarossa (1155), il quale sottomise il Marchesato di Toscana, già disgregato per lo sviluppo delle realtà comunali, e parte del Patrimomio di S. Pietro che fu affidato a Guelfo VI, il quale tenne in Acquapendente un suo governatore.

La tradizione locale ci riporta in questi anni un avvenimento particolarmente significativo per gli sviluppi futuri.

L’episodio è tramandato da Pietro Paolo Biondi nelle sue "Croniche" scritte nel 1588.

Si tratta della ribellione verso il governatore imperiale del popolo di Acquapendente avvenuta grazie all’aiuto dei "Tolomei, lucchesi, pisani" e "alli forusciti d’Orvieto" chiamati dal papa Alessandro III.

In questa rivolta fu distrutto il castello e mandato il governatore prigioniero dal papa con tutta la sua famiglia. Acquapendente per questo ritorno "alla Chiesa" ottenne molti privilegi "fra quali che mai si possa dare detta terra ad alcun principe, barone o signore, né in governo né altrimenti, senza il consenso del Consiglio generale di detta Terra".

Poco dopo, la sconfitta di Federico Barbarossa a Legnano e il conseguente riconoscimento ai comuni dei diritti acquisiti, porteranno, sul finire del secolo, ad una forte ripresa dei conflitti tra Orvieto e Acquapendente.

Ci furono tre guerre prima del 1198 che costarono ad Acquapendente il pagamento di un tributo annuo di sottomissione ad Orvieto e la demolizione di parte della cinta muraria.

Ma la disputa con Orvieto non finì qui, continuò invece con alti e bassi per tutto il secolo successivo in cui si alternarono dure guerre, che spesso finirono con nuovi atti di sottomissione di Acquapendente o con gli interventi del papa anche lui interessato alla diretta sovranità sulla città.

Alla metà del ‘200 Acquapendente assistette ad un altro grave atto di violenza verso i propri cittadini, legato al passaggio e alla sosta dell’imperatore Federico II.

Costui nel 1244 per la buona accoglienza ricevuta, concesse ad Acquapendente un privilegio col quale riconosceva la libertà della città e i suoi "costumi", creando di conseguenza una nuova occasione per evitare il dominio di Orvieto.

Purtroppo l’anno seguente Federico, temendo che la città volesse ritornare sotto la sovranità della Chiesa, ordinò che fosse depredata e bruciata: più di cento uomini furono fatti prigionieri e le donne lasciate in balìa dei soldati saraceni.

Il secolo XIV è caratterizzato, per le terre della Chiesa, da una grande confusione politica dovuta principalmente alI’esilio dei papi ad Avignone.

Le città e i paesi divennero feudi di vari signorotti e tiranni continuamente in lotta fra loro, ed Acquapendente fu spesso in attrito con i rettori del Patrimonio di S. Pietro, per mantenere il rispetto dei privilegi ottenuti dalla Chiesa e per evitare intromissioni negli affari pubblici della città.

Allo stato di disordine seguì un periodo di pesanti tassazioni dopo che il cardinale Egidio di Albornoz intervenne con le armi a difesa delle terre del Patrimonio.

Il ritorno del papa a Roma e la riorganizzazione politico-amministrativa dello Stato portarono, nel corso del secolo XV, la comunità a riacquistare lentamente i propri diritti di autogoverno, definiti in maniera particolareggiata in un capitolato redatto sotto il pontificato di Eugenio IV (1443).

La storia di Acquapendente della fine del ‘ 400 e di tutto il ‘500 è mirabilmente descritta nelle già ricordate "Croniche di Acquapendente" del Biondi.

Egli ricoprendo varie cariche pubbliche e vivendo di persona gli avvenimenti del tempo, ha potuto lasciare un eccezionale spaccato di vita della comunità e una puntuale descrizione di momenti storici del passato attraverso i documenti conservati negli archivi.

Da questi apprendiamo che la comunità si reggeva ad uso di repubblica; il governo era presieduto dai priori, il primo del quali in ordine di Importanza aveva titolo di gonfaloniere, questi agivano in nome del Consiglio, diviso in generale e segreto, e restavano in carica due mesi.

La giustizia era amministrata dal podestà, la cui elezione veniva effettuata dalla comunità e doveva essere approvata dal papa; aveva competenze per le cause civili e criminali di prima istanza, comprese quelle con possibilità di condanna a morte.

Fra gli ufficiali del Comune vi era il sindaco coll’ incarico di difesa e salvaguardia delle norme statutarie, di controllo dei rapporti con la Chiesa e della pace interna.

Ancora il Biondi descrive il passaggio dell’esercito di Carlo VIII nel 1494 , il drammatico rientro dal sacco di Roma dell’ esercito di Carlo V, comandato da Filiberto principe d’Orange, e il fortunato salvataggio della città dall’ assalto dei pitiglianesi di Nicola IV Orsini nel 1550 ad opera di una popolana chiamata Julia de Jacopo che riuscì a fermare le soldatesche chiudendo tempestivamente la porta S. Sepolcro, poi detta Torre Julia de Jacopo.
Ci parla inoltre del passaggio di Gregorio XIII per Acquapendente e la costruzione, da lui ordinata agli architetti Fontana, del ponte sul fiume Paglia terminato nel 1580, l’attuale ponte gregoriano sulla Cassia.

Acquapendente però dopo il 1550 perderà alcuni Privilegi che avevano contraddistinto la sua autonomia nel ‘ 400.

Pio IV eletto nel 1559 concesse al cardinal Guido Ascanio Sforza il governo della città e le proteste della comunità verso il papa non valsero a nulla.

Alla morte del cardinale, Acquapendente dipese dal legato del Patrimonio e alla perdita dell’autonomia governativa, seguì quella di molti altri diritti riservati dal capitolato di Eugenio IV del 1443.

Il fenomeno non fu esclusivo di Acquapendente ma investì in forme e tempi diversi tutte le città del Patrimonio di S. Pietro.

Esso, infatti, dipese dal rafforzamento del governo centrale, attraverso quella forma di penetrazione nelle autonomie comunali visibile soprattutto nell’amministrazione della giustizia, nell’ordine pubblico e nella finanza.

Nonostante ciò la città, sulla scia del periodo favorevole che attraversò tutto lo stato, prosperò in molti settori.

Ad Acquapendente vennero costruiti in questo periodo i più bei palazzi sulla piazza e nelle vie principali; la città dette i natali a figure di notevole rilievo nel campo delle scienze, delle arti e delle lettere, come l’anatomista Girolamo Fabrizi, il letterato Fracesco Benci e il teologo Ludovico Placenti; si lavorarono egregiamente gli ottoni e l’arte della ceramica produsse "vasi … di sottile bianco finissimo, ad uso di Faenza" per le corti romane dei prelati e cardinali.

La guerra di Castro iniziata nel 1641 ancora una volta portò disagi per Acquapendente.

La città sarà sconvolta e saccheggiata dalle truppe del duca Odoardo Farnese (dal 9 al 18 ottobre 1641) e poi anche dall’esercito del papa accorso per scacciare gli invasori.

Lo stato di allerta e il disordine terminarono con la pace fra Odoardo Farnese e il papa Urbano VIII nel 1644. Ma, ripresa la disputa con i Farnese, il nuovo papa Innocenzo X, anche in seguito all’uccisione del vescovo castrense Cristoforo Giarda, ordinò l’assedio e la distruzione della città di Castro, capoluogo del Ducato farnesiano.

La sede vescovile con bolla del pontefice fu trasferita in Acquapendente e la basilica del Santo Sepolcro fu fatta Cattedrale.

A questo punto la storia di Acquapendente si confonde con quella di tutto lo Stato Pontificio e gli storici locali descrivono la successione dei vescovi e i loro interventi destinati all’ organizzazione della nuova diocesi.

Nel ‘700 vennero trasformate le principali chiese della città nelle “forme baroccheggianti tanto in voga in quel tempo; vennero costruiti edifici ecclesiastici e, dal 1765 al 1767, fu realizzata la deviazione del tracciato sulla strada Cassia all’interno del centro urbano e nel tratto fino al ponte sul Paglia.

La comunità si ritrovò protagonista durante il periodo della rivoluzione francese.
Essa infatti, contemporaneamente alla costituzione della Repubblica Romana del 1798, fu una delle prime ad instaurare autonomamente e con libere elezioni un ordinamento repubblicano che funzionerà fino al termine della Repubblica Romana nel 1799.
Intensa fu, allora, l’attività amministrativa della municipalità, come si vede da un grosso carteggio conservato nell’ Archivio Comunale di Acquapendente, furono mantenuti buoni rapporti con la Chiesa, anche se le premesse non erano delle migliori, avendo la comunità assistito al transito verso la Francia del papa Pio VI prigioniero.
Il vescovo restò comunque sempre nella città di Acquapendente e il clero non fu mai molestato.

Sotto il governo napoleonico la città fu amministrativamente inserita nel circondario di Todi del dipartimento del Trasimeno.

La sua posizione al confine dello Stato Pontificio, le fece subire poi continue aggressioni durante il periodo convulso della presa di Roma.

Analoghi episodi successero durante le varie incursioni delle truppe garibaldine, mirabilmente narrate nelle "Cronache di tempi calamitosi" dal contemporaneo Antonio Poponi.

Gli anni seguenti al 1870 furono distinti da una vivace ripresa. L’amministrazione cittadina effettuò numerose opere pubbliche: come la costtuzione del palazzo municipale, delle fonti, del cimitero, di alcune chiese e l’allineamento della via dei Casalini.

Tutti questi lavori, indirizzati a creare una immagine migliore della città in seno al nuovo Stato, si conclusero con 1′erezione del monumento a Girolamo Fabrizio nella piazza principale (1888), realizzato dallo scultore senese Tito Sarrocchi.

All’ alba del ‘900 Acquapendente si presenta con una serie di attività e di strutture che la distinguono dagli altri centri dell’Alto Lazio. L’economia è prevalentemente agricola, con produzione di vino, grano, canapa, ma ha notevole importanza il "mulino Vitali", la perfezionata tipografia Lemurio, che nel 1906 stamperà il giornale cittadino Lo Sperone, la fabbrica di vini del cav. Marziali, le fabbriche di letti in ferro del Sig. Mangini, la lavorazione delle ceramiche e una fornace per la produzione di laterizi.

Numerosi sono gli alberghi che vivono del transito sulla Cassia. Ci sono scuole primarie e secondarie, un asilo, una pretura, un teatro, un vescovado, un seminario, una società operaia, un concerto cittadino e un circolo culturale e ricreativo.

Poi verranno i conflitti mondiali con i loro morti, il fascismo, il dopoguerra e la ricostruzione, lo spopolamento delle campagne, ma tutto ciò è storia ancora viva nell’animo di tutte le famiglie aquesiane.

Attualmente Acquapendente, forte della sua millenaria tradizione, pur lontana dalla "grande città" e poco interessata dal "boom" industriale, è riuscita a trovare forme di sviluppo nel proprio territorio e soprattutto a conservare quei valori umani che sono così importanti per le generazioni del 2000.

M. Ros